ROMA - Almeno 15 diversi passaggi burocratici (che però
possono moltiplicarsi con estrema facilità). E migliaia di euro che se ne vanno
fra permessi, certificazioni, autorizzazioni, imposte, marche da bollo e
gabelle varie. Nell'era della promessa semplificazione e dei servizi online,
aprire una delle attività più comuni, cioè un bar o un ristorante, resta
un'impresa sfiancante, una battaglia contro una burocrazia difficile da
interpretare e che cambia all'interno di una stessa città come Roma da un
Municipio all'altro.
L'elenco degli adempimenti (e delle spese) è da brivido.
Prima di tutto per aprire un bar bisogna iscriversi al registro degli esercenti
attraverso i corsi Rec o Pia: 120 ore di formazione la durata standard, costo a
partire dai 200 euro. Il titolare e tutti i lavoratori (anche quelli part-time)
devono poi conseguire la certificazione Haccp, che garantisce la conoscenza
delle norme minime per l'igiene alimentare: almeno altri 100 euro a persona,
come esborso minimo.
Fin qui le operazioni preliminari. La scelta del locale e
della location è un rebus. Le licenze sono libere per effetto delle ultime
rivoluzioni normative, ma nel centro storico e in alcune vie limitrofe a Roma
sono contingentate dal Comune, con delibere del Campidoglio in forte odore di
illegittimità (diversi i ricorsi pendenti in materia). Il locale deve avere dei
requisiti tecnici e urbanistici rigidissimi (che però non sono richiesti per i
bar già in funzione): niente scalini, doppio bagno (uno per disabili),
spogliatoio per il personale, locali separati per lavorazione e deposito
alimenti, misure mine predefinite, impianti a norma certificati. Le
prescrizioni sulla disposizione e l'uso di frigoriferi, dispense e via dicendo,
richieste per l'igiene, finiscono però per essere più cavilli burocratici che
adempimenti sostanziali. Secondo le associazione di categoria, oltre la metà
dei bar di Roma, se dovessero richiedere ora le autorizzazioni, sarebbero fuori
norma e possono esercitare l'attività solo perché in possesso dei permessi
rilasciati in precedenza.
Trovato il locale, parte la raccolta della complessa e
costosa documentazione: richiesta di autorizzazione da presentare al Comune o
al Municipio (dai 250 ai 2000 euro il costo della relazione da allegare,
firmata da tecnici abilitati); valutazione di impatto acustico (altri 250 euro
la spesa minima della perizia tecnica) sempre al Municipio; relazione sulle
emissioni di gas prodotti se c'è la canna fumaria (almeno altri 250 euro) o
autocertificazione (28 euro) se invece non c'è la canna, in entrambi i casi da
presentare in Provincia; relazione tecnica, progetto e foto dell'insegna da
presentare al Municipio (dai 60 euro all'anno in su l'imposta, dai 400 euro il
progetto); relazione tecnica e per eventuali lampade (sempre da 50 euro
all'anno). E ancora richiesta di verifica dei requisiti sanitari alla Asl (50
euro il costo della domanda), comunicazione di vendita di alcolici all'Agenzia
delle entrate (15 euro), dichiarazione di inizio attività al Comune e
comunicazione di attivazione del registratore di cassa. E non è finita: serve
l'iscrizione alla Camera di Commercio (150 euro la quota minima, ma varia con
dimensioni e tipologia dell'attività), l'iscrizione della ditta e dei
lavoratori a Inps e Inail. Il titolare deve poi redigere, tramite un tecnico
autorizzato, il documento di valutazione dei rischi (dai 300 ai 1500 euro il
costo della perizia) e individuare il delegato alla sicurezza, al quale va
riconosciuta formazione specifica (altri 150 euro).
Fin qui gli adempimenti obbligatori. Se si decide di
installare un televisore, il canone Rai per i pubblici esercizi ammonta a 390
euro, più circa altri 400 euro a forfait da pagare alla Siae, oltre
all'abbonamento a Sky o Mediaset (dai 100 euro al mese). Se si vuole invece
mettere qualche tavolino fuori, scatta la procedura per l'occupazione di suolo
pubblico: servono progetto e relazione tecnica (almeno 2000 euro di costo), poi
serve l'ok del Municipio (la tassa da poche centinaia fino a qualche migliaio
di euro all'anno). Addirittura bisognerebbe pagare l'occupazione di suolo
pubblico anche sull'ombra proiettata a terra da bacheca, tende o sporgenze
dalle mura di pertinenza del locale.
Tirando le somme, prima ancora di tirare fuori i soldi per
l'affitto del locale e l'acquisto di arredi, macchinari e materie prime, chi
vuole aprire un bar sborsa almeno 4 mila euro di «burocrazia» (escluse le spese
di costituzione della ditta e di atti notarili), cifra destinata a salire per
ogni variazione in corsa del progetto. Per non parlare del tempo perso: lo
sportello unico esiste, ma solo per pochissime pratiche. Per la maggior parte
non c'è Internet che tenga: bisogna mettersi in fila. Aspettare. E pagare.
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