venerdì 14 giugno 2013

Corsa ad ostacoli per aprire un negozio a Roma (Capitale ...di questo ce ne vuole molto!)

Articolo dell'8 ottobre 2012 pubblicato sul corriere.it a firma di Paolo Foschi

ROMA - Almeno 15 diversi passaggi burocratici (che però possono moltiplicarsi con estrema facilità). E migliaia di euro che se ne vanno fra permessi, certificazioni, autorizzazioni, imposte, marche da bollo e gabelle varie. Nell'era della promessa semplificazione e dei servizi online, aprire una delle attività più comuni, cioè un bar o un ristorante, resta un'impresa sfiancante, una battaglia contro una burocrazia difficile da interpretare e che cambia all'interno di una stessa città come Roma da un Municipio all'altro.
L'elenco degli adempimenti (e delle spese) è da brivido. Prima di tutto per aprire un bar bisogna iscriversi al registro degli esercenti attraverso i corsi Rec o Pia: 120 ore di formazione la durata standard, costo a partire dai 200 euro. Il titolare e tutti i lavoratori (anche quelli part-time) devono poi conseguire la certificazione Haccp, che garantisce la conoscenza delle norme minime per l'igiene alimentare: almeno altri 100 euro a persona, come esborso minimo.

Fin qui le operazioni preliminari. La scelta del locale e della location è un rebus. Le licenze sono libere per effetto delle ultime rivoluzioni normative, ma nel centro storico e in alcune vie limitrofe a Roma sono contingentate dal Comune, con delibere del Campidoglio in forte odore di illegittimità (diversi i ricorsi pendenti in materia). Il locale deve avere dei requisiti tecnici e urbanistici rigidissimi (che però non sono richiesti per i bar già in funzione): niente scalini, doppio bagno (uno per disabili), spogliatoio per il personale, locali separati per lavorazione e deposito alimenti, misure mine predefinite, impianti a norma certificati. Le prescrizioni sulla disposizione e l'uso di frigoriferi, dispense e via dicendo, richieste per l'igiene, finiscono però per essere più cavilli burocratici che adempimenti sostanziali. Secondo le associazione di categoria, oltre la metà dei bar di Roma, se dovessero richiedere ora le autorizzazioni, sarebbero fuori norma e possono esercitare l'attività solo perché in possesso dei permessi rilasciati in precedenza.

Trovato il locale, parte la raccolta della complessa e costosa documentazione: richiesta di autorizzazione da presentare al Comune o al Municipio (dai 250 ai 2000 euro il costo della relazione da allegare, firmata da tecnici abilitati); valutazione di impatto acustico (altri 250 euro la spesa minima della perizia tecnica) sempre al Municipio; relazione sulle emissioni di gas prodotti se c'è la canna fumaria (almeno altri 250 euro) o autocertificazione (28 euro) se invece non c'è la canna, in entrambi i casi da presentare in Provincia; relazione tecnica, progetto e foto dell'insegna da presentare al Municipio (dai 60 euro all'anno in su l'imposta, dai 400 euro il progetto); relazione tecnica e per eventuali lampade (sempre da 50 euro all'anno). E ancora richiesta di verifica dei requisiti sanitari alla Asl (50 euro il costo della domanda), comunicazione di vendita di alcolici all'Agenzia delle entrate (15 euro), dichiarazione di inizio attività al Comune e comunicazione di attivazione del registratore di cassa. E non è finita: serve l'iscrizione alla Camera di Commercio (150 euro la quota minima, ma varia con dimensioni e tipologia dell'attività), l'iscrizione della ditta e dei lavoratori a Inps e Inail. Il titolare deve poi redigere, tramite un tecnico autorizzato, il documento di valutazione dei rischi (dai 300 ai 1500 euro il costo della perizia) e individuare il delegato alla sicurezza, al quale va riconosciuta formazione specifica (altri 150 euro).

Fin qui gli adempimenti obbligatori. Se si decide di installare un televisore, il canone Rai per i pubblici esercizi ammonta a 390 euro, più circa altri 400 euro a forfait da pagare alla Siae, oltre all'abbonamento a Sky o Mediaset (dai 100 euro al mese). Se si vuole invece mettere qualche tavolino fuori, scatta la procedura per l'occupazione di suolo pubblico: servono progetto e relazione tecnica (almeno 2000 euro di costo), poi serve l'ok del Municipio (la tassa da poche centinaia fino a qualche migliaio di euro all'anno). Addirittura bisognerebbe pagare l'occupazione di suolo pubblico anche sull'ombra proiettata a terra da bacheca, tende o sporgenze dalle mura di pertinenza del locale.

Tirando le somme, prima ancora di tirare fuori i soldi per l'affitto del locale e l'acquisto di arredi, macchinari e materie prime, chi vuole aprire un bar sborsa almeno 4 mila euro di «burocrazia» (escluse le spese di costituzione della ditta e di atti notarili), cifra destinata a salire per ogni variazione in corsa del progetto. Per non parlare del tempo perso: lo sportello unico esiste, ma solo per pochissime pratiche. Per la maggior parte non c'è Internet che tenga: bisogna mettersi in fila. Aspettare. E pagare.

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